In Italia chi sostiene l’importanza economica e sociale dell’istruzione, della ricerca e della cultura rappresenta una minoranza politicamente e numericamente irrilevante. E’ triste ammetterlo, ma è così.
Questa minoranza irrilevante tenta di far valere la propria voce scendendo ciclicamente in piazza, protestando contro il governo di turno (non importa se di destra, di sinistra o tecnico visto che l’istruzione è un costo sacrificabile per tutti in questo paese). Il problema è che il tempo passa, i governi si alternano ma la sinfonia non cambia.
A questo punto, dovremmo guardare in faccia alla realtà e ammettere l’esistenza di un problema immensamente più grande. Un problema maggiore di quello politico ed economico, cioè un problema culturale.
Guardatevi attorno a vedrete solo l’umiliazione della cultura e dell’istruzione ovunque. Neolaureati il cui potenziale viene denigrato dal mondo del lavoro, ricercatori costretti ad emigrare per poter crescere professionalmente, politici ignoranti che ottengono un seggio in Parlamento grazie ai voti delle casalinghe di Voghera, squallidi tronisti e puttanelle in bikini che riempono i palinsesti televisivi. Che dire poi della “vita di tutti i giorni”? Siamo sommersi dall’ignoranza, dall’inciviltà e dal menefreghismo. Ci facciamo i conti tutti i giorni, su un treno o in macchina, al supermercato o in un parco, al lavoro o in un pub.
Forse c’è ancora chi spera di cambiare tutto questo squallore, di trasformare milioni di idioti in perfetti cittadini semplicemente trovando un capro espiatorio a cui addossare le colpe di un intero popolo. Sono gli eterni sconfitti, i sognatori, gli illusi. Sono le persone che potrebbero dare vita ad un paese migliore, ma che non potranno mai farlo. Non in democrazia. Non in Italia.