Un blasfemo

Cinico, misantropo, polemico e testardo. Per quanto riguarda i difetti invece non saprei che dire.
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La forza delle grandi mobilitazioni operaie nell’era moderna stava nel loro carattere rivoluzionario, rivolto al futuro. Lottare per cambiare lo status quo, per ottenere un cambiamento, ha una forza popolare incredibile ed è in grado di ottenere grandi risultati (come dimostrano le conquiste sindacali e lo “Statuto dei lavoratori”).

Oggi però la situazione si è ribaltata. Oggi sono gli stessi lavoratori a difendere lo status quo dalle aggressioni esterne, sono gli operai ad avere un atteggiamento conservatore, in netta contrapposizione con l’evoluzione dei tempi. Il movimento sindacale e i lavoratori hanno smesso di essere la forza rivoluzionaria della società, di guardare al futuro e proporre nuovi orizzonti e nuove strade da percorrere. Al contrario si sono seduti sulle conquiste ottenute in un’altra era (che appare sempre più lontana), senza avanzare proposte e scuotendo la testa di fronte alle rivendicazioni del mondo imprenditoriale.

Il mondo è andato avanti, l’economia è cambiata, il ruolo stesso dei lavoratori è cambiato… ma l’atteggiamento di sindacati e lavoratori rimane lo stesso. Quando sindacati e partiti di sinistra (ammesso che ve ne siano ancora) la smetteranno di difendere un anacronistico status quo e inizieranno a proporre una diversa visione del mondo e dell’economia? Quanto dovremo ancora aspettare per avere delle proposte alternative, costruttive?

Io credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà di quanto non lo siano gli eserciti permanenti… Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l’emissione del denaro, dapprima attraverso l’inflazione e poi con la deflazione, le banche e le compagnie che nasceranno intorno… [alle banche] …priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato.

Thomas Jefferson - Terzo presidente degli Stati Uniti d’America

E noi vorremmo uscire dalla spirale della speculazione finanziaria? Noi che abbiamo una economia che dipende in tutto e per tutto dai flussi di capitali (molti dei quali provengono dall’estero) per sopravvivere?

Credo che siano troppi quelli che non hanno compreso quali siano le regole del gioco. Troppi si illudono di avere una libertà che non hanno, di poter cambiare le regole pur non essendo nella condizioni di farlo. Lo status quo si può cambiare, ma per farlo bisogna prima aprire gli occhi sulla realtà… e temo che molti non vogliano farlo.

La confusione degli italiani in questo momento è davvero disarmante. Nonostante l’Italia sia chiaramente una nazione legata mani e piedi alla speculazione finanziaria, ai processi di globalizzazione, al capitalismo privo di regole e alle fredde regole del mercato… c’è ancora chi si meraviglia delle inevitabili conseguenze di tutto questo.

Probabilmente per troppo tempo ci siamo illusi di poter vivere alle spalle del sistema economico internazionale, di poterne sfruttare i vantaggi e scaricare i rischi su altri soggetti. Per decenni abbiamo incrementato il nostro debito pubblico a dismisura, abbiamo delocalizzato le nostre produzioni dove la manodopera aveva un costo irrisorio, abbiamo invocato la nascita di un mercato globale dove vendere i nostri prodotti… abbiamo sperato in tutto questo perché eravamo convinti di poterci arricchire sulle spalle degli altri, senza pensare ad un futuro.

Oggi ci troviamo nella situazione di dover pagare lo scotto dei folgoranti “anni d’oro”. Ci siamo ritrovati con debiti che non siamo in grado di pagare, con istituzioni internazionali che ci ORDINANO quali riforme attuare, con una economia non competitiva a livello globale e con sempre meno libertà. Abbiamo venduto l’anima al diavolo e ora non possiamo fare altro che obbedire ai suoi ordini.

O forse no. In realtà una via di fuga esiste: la fuoriuscita dell’Italia dal sistema economico internazionale. Ma le conseguenze immediate sarebbero disastrose, soprattutto per una economia come la nostra che dipende oramai totalmente dai rapporti commerciali con l’estero, dall’importazione di materie prime (soprattutto energia) all’esportazione di beni di consumo.
I paesi del Nord Europa hanno pianificato da decenni un graduale distaccamento dal “mercato globale”, edificando strutture economiche sempre più indipendenti e autosufficienti. Noi invece abbiamo fatto il percorso inverso, legandoci sempre di più all’economia globalizzata, con i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.

Quindi mettiamoci l’anima in pace e smettiamola di sognare ad occhi aperti. Nella situazione in cui ci troviamo il nostro ventaglio di scelte possibili è estremamente ridotto e vincolato ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali. Il popolo non è più sovrano in questo paese. 

Il caro, vecchio conflitto di classe emerge quando meno te lo aspetti. Parli con un tuo vecchio amico, ex compagno di superiori che oggi ha una piccola azienda di logistica, e lui salta fuori: il conflitto di classe.

Il tema è ovviamente quello dei licenziamenti ingiustificati che l’attuale governo vuole promuovere per “risolvere la crisi”. La sua risposta è semplice:

L’imprenditore, quando c’è crisi, non può permettersi di mantenere tutti i dipendenti e quindi deve licenziarne alcuni. Altrimenti rischia il fallimento dell’azienda stessa e quindi il licenziamento di tutti gli altri dipendenti.

Questa risposta mostra chiaramente uno dei problemi maggiori dell’economia italiana, cioè la scarsa considerazione che il capitale umano ha nel processo produttivo. Il lavoratore è visto come un semplice costo, è messo sullo stesso piano di una stampante o di un monitor. Non solo: è un costo che può e deve essere sacrificato in caso di crisi, perché fondamentalmente “non necessario”.
Il lavoratore quindi non è visto come parte integrante dell’azienda stessa, come valore aggiunto in grado di contribuire con il proprio lavoro al miglioramento della produttività.

Non stiamo parlando dell’operaio fordista, quello impiegato nella catena di montaggio, il cui lavoro può essere oggettivamente equiparato a quello di una macchina. Parliamo di lavoratori specializzati, di laureati, di tecnici, soggetti che possono determinare il successo di un’azienda. Ma in Italia siamo rimasti al “ghe pensi mi”, si crede che le fortune delle aziende le fanno gli imprenditori stessi grazie al proprio lavoro e alle proprie capacità di “direzione”. L’azienda italiana funziona bene quando esegue bene gli ordini del capo.

Peccato che la realtà sia diversa, come dimostra la disastrosa situazione della nostra economia. L’imprenditore medio mette i soldi e quindi decide, fregandosene delle sue reali capacità o competenze; intanto milioni di giovani con enormi potenzialità rimangono nel precariato, mentre il resto del mondo sbrana pezzo per pezzo il nostro know-how.

Ma è possibile che ci tocca rimpiangere gente come quella buonanima di Padoa Schioppa?
L’attuale situazione dell’Italia è la seguente: la nave affonda, il capitano cerca di tappare le falle con qualche tappo di sughero dicendo a tutti che la situazione è sotto controllo e i passeggeri si incazzano perché il vino servito al ristorante sul ponte non era abbastanza fresco.