Un blasfemo

Cinico, misantropo, polemico e testardo. Per quanto riguarda i difetti invece non saprei che dire.
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Mi chiedo come possa gente come Filippo Facci definirsi un “giornalista”. Mi sorprende e mi intristisce che un professionista della comunicazione ignori totalmente una delle basi della linguistica, cioè che le parole si stratificano di significati a seconda dell’uso, della cultura, del luogo e del tempo e che non sono mai neutre.

Su una cosa ha ragione però Facci: ognuno ha il sacrosanto diritto di dire negro e qualsiasi altra parola dispregiativa, a patto di accettarne le conseguenze. Non si può utilizzare un termine inventandosene un nuovo significato o rifiutando alcune parti del suo vero significato. E’ semplicemente ridicolo.

Se prendiamo la parola “negro” e la isoliamo dal contesto non otteniamo nulla se non cinque lettere messe in fila. E’ semplicemente un segno grafico privo di significato, come uno scarabocchio o una riga. Ma se inseriamo questo segno grafico in un contesto linguistico e sociale scopriamo molte cose. 

La parola “negro” ad esempio ha assunto, in seguito alla tratta degli schiavi, una connotazione negativa e dispregiativa di stampo oggettivo e non soggettivo quando associata ad un individuo di colore. Questo vuol dire che poco importa se chi pronuncia la parola “negro” lo fa per insultare un nigeriano o meno: tale parola ha una connotazione dispregiativa e chi la utilizza comunica tale valore, sia che ne sia cosciente o meno (per sua ignoranza).

Non si tratta di una questione di buonismo o di conformismo, ma della capacità di utilizzare la propria lingua in modo appropriato alle situazioni, capacità che Facci non possiede o non vuole possedere. Ad esempio se affermo che lui è un ignorante non parlo dell’ignoranza di cui si vantava Socrate nei confronti dei sofisti e nemmeno della condizione di chi non conosce le cose, ma la utilizzo nella sua accezione più negativa possibile, cioè la utilizzo in quanto insulto.