Un blasfemo

Cinico, misantropo, polemico e testardo. Per quanto riguarda i difetti invece non saprei che dire.
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Da buon democristiano Casini cerca sempre di rivendicare le proprie squallide radici politiche. Difendere a spada tratta il voto degli italiani all’estero è pienamente ascrivibile a quel tipo di politica-non-politica con cui la DC ha governato per mezzo secolo questo paese: “la politica è difficile, quindi votateci e ci penseremo noi”.

Del resto ci troviamo in un paese che non fa nulla per responsabilizzare i cittadini ai diritti e doveri della politica ma al contrario fa di tutto per portarla ai suoi estremi: impenetrabile disciplina da addetti ai lavori da una parte, giocattolo propagandistico e populistico dall’altra.

L’esempio lampante è proprio il discorso sul diritto al voto, il Diritto per eccellenza. In Italia (e purtroppo in quasi tutti gli altri paesi del mondo) il voto è subordinato al concetto di nazionalità e non di cittadinanza, cioè il maggior diritto democratico dipende da una formalità burocratica e non dall’effettiva partecipazione del soggetto alla res publica. 

Ci troviamo quindi di fronte ad un vero e proprio paradosso. Da una parte soggetti in possesso della nazionalità italiana che vivono e pagano le tasse in paesi stranieri possono tranquillamente votare in Italia; dall’altra cittadini privi di nazionalità italiana che lavorano, vivono e pagano le tasse in Italia ma che non hanno alcun diritto di condizionare attraverso il voto la politica del paese di cui fanno parte al 100%. 

Come può la politica riavvicinarsi al cittadino se lo ignora? Ma forse la domanda dovrebbe essere un’altra: davvero la politica vuole riavvicinarsi al cittadino? Alla fine gran parte della nostra classe politica è interessata semplicemente alla propria rielezione e non ad un reale miglioramento della cosa pubblica.

Un gregge di pecore potrà generare pecore bianche, pecore nere, pecore piccole e pecore grandi… ma sempre pecore saranno. Per quanto ci si sforzi, in un gregge di pecore non potranno mai nascere volpi.

Passare due settimane in uno sperduto paesino della Barbagia sarda è come fare un viaggio nel tempo. Cinquant’anni di vita italiana, di vizi e di virtù del cittadino italico medio condensati in pochi giorni.

In pochi giorni ho rivisto ovunque quel tipico qualunquismo radicale che tanto “piace” all’italiano medio, misto ad una perenne diffidenza verso il prossimo e ad un pizzico (abbondante) di pessimismo.

Ho incontrato molti giovani senza lavoro, disposti a sopravvivere con qualche lavoretto saltuario per sfangarla fino a fine mese piuttosto che ricercare fortuna altrove (la famiglia è sempre la famiglia). La massima aspirazione di molti è entrare nell’esercito, nell’amministrazione pubblica o fare la guardia carceraria (si guadagna bene, non ci si ammazza di lavoro e si rimane vicino a casa). Zero progetti individuali, zero ambizioni.

Ho toccato con mano la piaga del nostro paese, l’evasione fiscale; niente bancomat, niente assegni, solo contanti (perché sennò fanno i controlli e ci beccano). Nella stessa linea si collocano quelli (numerosi) che si lamentano perché da quest’anno dovranno pagare l’IMU per quei caseggiati rurali costruiti i campagna (in teoria depositi agrari, in pratica villette) e quelli che vorrebbero poter costruire una casetta ovunque.

Ci si arrangia nell’Italia media, si tira avanti, si cerca di sopravvivere. Pochi, pochissimi sono disposti a mettersi in gioco, a tentare di costruire qualcosa per il futuro, a voler uscire dalla mediocrità. L’italiano medio ha paura di perdere le poche certezze che gli restano (la famiglia, gli amici, la possibilità di sopravvivere in ogni caso) per tentare la fortuna, teme il futuro e si rifugia in un passato rassicurante fatto di poche ma salde certezze. La precarietà post-moderna, la velocità, la mobilità, il cambiamento sono pericolosi, temuti, non danno punti di riferimento.

In giro si comincia già con il “si stava meglio quando si stava peggio”, “era meglio Berlusconi”, “almeno lui l’ICI ce l’aveva tolta”, “con lui lo spread era più basso”, “con lui i treni arrivavano in orario”, “se c’era lui bla bla bla”, ecc.

Il bello è che gli stessi, al prossimo governo, diranno le stesse cose sul governo Monti… e così via all’infinito.

Italian style, baby!

  1. Mandare la Guardia di Finanza a sorpresa a Cortina per scovare gli evasori fiscali (perché sennò gli evasori ci rimangono male e non vanno più a Cortina a sciare e a pippare)
  2. Liberalizzare gli orari delle attività commerciali (perché caschi il mondo ma i commercianti alle 19.30 devono andare a casa a vedere L’Eredità)
  3. Dire che le tasse sono utili (perché solo i gay e i comunisti possono amare le tasse, mentre l’italiano medio odia le tasse e ama la figa)
  4. Pretendere uno stipendio e una pensione equa (perché TUTTI i politici non fanno un cazzo tutto il giorno e solo i metalmeccanici sono considerati veri lavoratori. Se a fine giornata non puzzi di sudore come un mulo, non hai fatto nulla)
  5. Aumentare i fondi per le prigioni (perché i delinquenti, drogati, barboni extracomunitari devono marcire i carcere e soffrire, tranne zio Peppe che gli han dato trent’anni per mafia nonostante sia un picciotto tutto d’un pezzo)
  6. Dire la verità (perché la verità è brutta, fa schifo e a noi ci piace di più la fiction)

Da quando il governo Monti ha varato le sua prime riforme ho notato un fenomeno preoccupante, soprattutto su Facebook (che è uno specchio piuttosto fedele dell’italiano medio). 

  • Mario Monti viene definito come colui che vuole affossare l’Italia, che vuole distruggerla sotto il peso di nuove tasse e che in un certo senso è responsabile della crisi stessa. 
  • Silvio Berlusconi invece viene dipinto semplicemente come un sempliciotto, la cui massima colpa è stata quella di andare a mignotte (peccato che l’italiano medio ovviamente non giudica grave). Non gli viene attribuita nessuna responsabilità oggettiva nell’attuale crisi.

Improvvisamente tre anni di disastroso governo Berlusconi, di leggi assurde, di immobilità sulle questioni economiche e di dichiarazioni vergognose sono state cancellate dalla memoria collettiva. Sono bastate poche settimane lontane dai riflettori per riabilitare Berlusconi, per scaricare le sue immense responsabilità sul nuovo governo Monti, colpevole di cercare di rimediare ai danni fatti in passato dai vari governi italiani.

Non è un caso che il PDL formalmente appoggi il governo Monti mentre invece Berlusconi si tiene a debita distanza, mostrandosi critico verso l’attuale Presidente del Consiglio. E’ una strategia precisa: far fare il lavoro sporco a Monti e Alfano, per poi riproporsi alle elezioni con la faccia pulita di chi è sempre stato contrario al governo tecnico. La cosa più folle è che gli italiani ci cascheranno, come ci sono cascati in passato.

Perché gli italiani li devi fottere con delicatezza, con calma, senza esagerare. L’italiano ama le belle promesse e i grandi sogni, ama i bei discorsi e le belle parole che puntualmente dimenticherà nell’arco di poche settimane. Allo stesso tempo non sopporta i cambiamenti improvvisi, le regole troppo rigide che non prevedono scappatoie, l’eccessiva concretezza. Tutto deve cambiare (a parole) per non cambiare affatto.

Più passa il tempo e più si delinea la tragica unicità del sistema politico italiano: nessun partito, lobby o sindacato è disposto a sposare un progetto politico a lungo termine che implichi dei propri passi indietro e delle rinunce. Nessuno è disposto a prendersi le proprie responsabilità e tutti ripetono lo stesso ritornello: “Noi abbiamo già pagato abbastanza, devono essere gli ALTRI a fare sacrifici”.

La vecchia lotta di classe ha cambiato volto, si è frammentata ed è diventata una “lotta corporativa” in cui ogni piccola categoria si pone come unico obiettivo quello di difendere a spada tratta i propri interessi, disinteressandosi di quelli della comunità. Chi detiene il potere politico si ritrova quindi nella paradossale situazione di dover (in linea teorica) tutelare gli interessi della collettività dovendo fare però i conti con tante piccole realtà corporative totalmente disinteressate al bene comune e non disposte a fare marcia indietro sulle proprie posizioni.

Si tratta di un problema non recente, ma che solo oggi mostra tutta la sua gravità. La crisi che sta colpendo l’Italia impone scelte drastiche, progetti a lungo termine che divengono possibili solo se la collettività è disposta a sacrificarsi in vista di un obiettivo comune. Ma a noi italiani manca il senso di appartenenza ad una sola comunità nazionale, manca una coscienza civile unitaria, una visione globale dei problemi. Non siamo una sola comunità ma tante piccole realtà indipendenti, con propri problemi e propri interessi da difendere che non si sentono assolutamente parte di una realtà più ampia (Italia, Comunità Europea, Mondo). 

Insomma, in Italia non sarà mai possibile trovare soluzioni condivise in vista di progetti politici a lungo termine. Prima di tutto perché NESSUNO ha mai proposto tali progetti (se non in chiave populistica); secondo perché NESSUNO è disposto a ridiscutere i propri grandi o piccoli privilegi corporativi, nemmeno in vista di un obiettivo comune. Siamo tutti sulla stessa barca che affonda ma ognuno si preoccupa solo del proprio salvagente.