Da buon democristiano Casini cerca sempre di rivendicare le proprie squallide radici politiche. Difendere a spada tratta il voto degli italiani all’estero è pienamente ascrivibile a quel tipo di politica-non-politica con cui la DC ha governato per mezzo secolo questo paese: “la politica è difficile, quindi votateci e ci penseremo noi”.
Del resto ci troviamo in un paese che non fa nulla per responsabilizzare i cittadini ai diritti e doveri della politica ma al contrario fa di tutto per portarla ai suoi estremi: impenetrabile disciplina da addetti ai lavori da una parte, giocattolo propagandistico e populistico dall’altra.
L’esempio lampante è proprio il discorso sul diritto al voto, il Diritto per eccellenza. In Italia (e purtroppo in quasi tutti gli altri paesi del mondo) il voto è subordinato al concetto di nazionalità e non di cittadinanza, cioè il maggior diritto democratico dipende da una formalità burocratica e non dall’effettiva partecipazione del soggetto alla res publica.
Ci troviamo quindi di fronte ad un vero e proprio paradosso. Da una parte soggetti in possesso della nazionalità italiana che vivono e pagano le tasse in paesi stranieri possono tranquillamente votare in Italia; dall’altra cittadini privi di nazionalità italiana che lavorano, vivono e pagano le tasse in Italia ma che non hanno alcun diritto di condizionare attraverso il voto la politica del paese di cui fanno parte al 100%.
Come può la politica riavvicinarsi al cittadino se lo ignora? Ma forse la domanda dovrebbe essere un’altra: davvero la politica vuole riavvicinarsi al cittadino? Alla fine gran parte della nostra classe politica è interessata semplicemente alla propria rielezione e non ad un reale miglioramento della cosa pubblica.
Quando le istituzioni politiche entrano in crisi, il cittadino volge lo sguardo altrove alla ricerca della nemesi della politica stessa.
In Italia è già accaduto parecchie altre volte, con conseguenze spesso catastrofiche. Il problema è che gli italiani hanno la memoria corta e poca voglia di leggere, due condizioni potenzialmente devastanti.
Nessuno ricorda infatti la prima grande crisi delle istituzioni politiche italiana, quella che portò all’ascesa del fascismo da una parte (con annesso ventennio di dittatura) e dall’altra del comunismo rivoluzionario di stampo sovietico incarnato dal PCI. Entrambi erano, in modo diversi, la negazione e l’antitesi della democrazia liberale, borghese. Entrambi rappresentavano la reazione alla crisi delle vecchie istituzioni politiche liberali.
Che dire poi dell’exploit del “Fronte dell’Uomo Qualunque” nel dopoguerra? Pochi ricordano che i qualunquisti di Giannini ottennero il 5% dei voti durante l’elezione della Costituente nel 1946, diventando il quinto partito nazionale. Anche in questo caso si trattò di una critica alla neonate istituzioni democratiche.
Passiamo poi al berlusconismo. Nel 1994 Berlusconi vince le elezioni cavalcando l’onda del malcontento scatenato da Tangentopoli, presentandosi come il volto nuovo della politica che con il mondo dei partiti (e della politica stessa) non ha nulla a che fare. Il fatto stesso di non essere un politico ma un imprenditore gioca un ruolo fondamentale nel successo di Berlusconi, che ponendosi come antitesi della politica (che comincia ad avere una connotazione negativa nell’immaginario collettivo) ottiene il consenso.
Veniamo ad oggi e al Movimento 5 Stelle. Anche qui la storia si ripete. Le istituzioni politiche vanno in crisi, i cittadini non hanno più fiducia nei partiti politici e votano per la loro antitesi in chiave critica. Il Movimento di Grillo è infatti la nemesi del classico partito politico: è composto da non politici, non ha una idea politica alla sua base e non ha un leader. Questa è la chiave del suo successo, un successo destinato a durare poco.
Non appena la crisi economica sarà passata e le istituzioni politiche e democratiche avranno riacquistato credibilità (ricordiamo che gli italiani hanno la memoria corta e che ci metteranno molto poco a dimenticare gli errori commessi dagli attuali politici), il Movimento 5 Stelle cesserà di esistere.
Alla Lega succede anche questo. Si riprende a fare politica senza averla mai fatta prima.
Quando Berlusconi era premier la riforma della giustizia era una “priorità assoluta”, mentre l’economia poteva anche andare a farsi fottere (come del resto ha fatto).
Ora che non c’è più in ballo il culo del Cavaliere invece tutto è cambiato, vero? Bravo Angelino, hai vinto un biscottino!
La forza delle grandi mobilitazioni operaie nell’era moderna stava nel loro carattere rivoluzionario, rivolto al futuro. Lottare per cambiare lo status quo, per ottenere un cambiamento, ha una forza popolare incredibile ed è in grado di ottenere grandi risultati (come dimostrano le conquiste sindacali e lo “Statuto dei lavoratori”).
Oggi però la situazione si è ribaltata. Oggi sono gli stessi lavoratori a difendere lo status quo dalle aggressioni esterne, sono gli operai ad avere un atteggiamento conservatore, in netta contrapposizione con l’evoluzione dei tempi. Il movimento sindacale e i lavoratori hanno smesso di essere la forza rivoluzionaria della società, di guardare al futuro e proporre nuovi orizzonti e nuove strade da percorrere. Al contrario si sono seduti sulle conquiste ottenute in un’altra era (che appare sempre più lontana), senza avanzare proposte e scuotendo la testa di fronte alle rivendicazioni del mondo imprenditoriale.
Il mondo è andato avanti, l’economia è cambiata, il ruolo stesso dei lavoratori è cambiato… ma l’atteggiamento di sindacati e lavoratori rimane lo stesso. Quando sindacati e partiti di sinistra (ammesso che ve ne siano ancora) la smetteranno di difendere un anacronistico status quo e inizieranno a proporre una diversa visione del mondo e dell’economia? Quanto dovremo ancora aspettare per avere delle proposte alternative, costruttive?
Non vorrei dire una cazzata (se c’è qualche studente di giurisprudenza a zonzo per tumblr lo prego di correggermi in caso di errore) ma se non ricordo male non sono ammissibili i quesiti referendari che mirano ad abrogare delle leggi indispensabili per lo Stato, perché questo porterebbe ad un vuoto legislativo su delle questioni fondanti.
La legge elettorale è una di queste leggi. Non la puoi abrogare e lasciare il paese senza norme che regolano l’esercizio stesso della democrazia, in attesa che prima o poi il Parlamento ne approvi un’altra. È come abbattere un muro portante di una casa senza averne eretto prima uno nuovo di fianco.
Possibile che il comitato promotore non abbia pensato a questa cosa?
Da quando il governo Monti ha varato le sua prime riforme ho notato un fenomeno preoccupante, soprattutto su Facebook (che è uno specchio piuttosto fedele dell’italiano medio).
Improvvisamente tre anni di disastroso governo Berlusconi, di leggi assurde, di immobilità sulle questioni economiche e di dichiarazioni vergognose sono state cancellate dalla memoria collettiva. Sono bastate poche settimane lontane dai riflettori per riabilitare Berlusconi, per scaricare le sue immense responsabilità sul nuovo governo Monti, colpevole di cercare di rimediare ai danni fatti in passato dai vari governi italiani.
Non è un caso che il PDL formalmente appoggi il governo Monti mentre invece Berlusconi si tiene a debita distanza, mostrandosi critico verso l’attuale Presidente del Consiglio. E’ una strategia precisa: far fare il lavoro sporco a Monti e Alfano, per poi riproporsi alle elezioni con la faccia pulita di chi è sempre stato contrario al governo tecnico. La cosa più folle è che gli italiani ci cascheranno, come ci sono cascati in passato.
Perché gli italiani li devi fottere con delicatezza, con calma, senza esagerare. L’italiano ama le belle promesse e i grandi sogni, ama i bei discorsi e le belle parole che puntualmente dimenticherà nell’arco di poche settimane. Allo stesso tempo non sopporta i cambiamenti improvvisi, le regole troppo rigide che non prevedono scappatoie, l’eccessiva concretezza. Tutto deve cambiare (a parole) per non cambiare affatto.
C. De Gregorio (via giulia86)
La De Gregorio dimentica un piccolo particolare: noi non ci troviamo in una crisi economica ma in una crisi finanziaria. Il nostro problema è che siamo indebitati fino al collo con gli investitori esteri e che questi non hanno più fiducia nelle capacità economiche del nostro paese di saldare i propri debiti. Tradotto, non ci prestano più soldi se non a tassi di interesse spaventosi… e l’Italia senza gli investimenti finanziari va in default in qualche ora.
Ora, ci sarebbe da parlare per ore e ore su COME siamo arrivati in questa situazione e su come potremmo ristrutturale lo Stato per evitare situazioni di questo tipo. Ma in questo momento qualsiasi governo non deve rendere conto agli italiani ma alle istituzioni finanziarie, alla BCE, all’FMI e ai colossi finanziari. In questo momento la democrazia è sospesa, che ci piaccia o meno. Quindi leviamoci il prima possibile il cappio dal collo, costi quel che costi, e DOPO ripensiamo profondamente l’intera struttura dello Stato per evitare che situazioni del genere capitino di nuovo.
Il caro, vecchio conflitto di classe emerge quando meno te lo aspetti. Parli con un tuo vecchio amico, ex compagno di superiori che oggi ha una piccola azienda di logistica, e lui salta fuori: il conflitto di classe.
Il tema è ovviamente quello dei licenziamenti ingiustificati che l’attuale governo vuole promuovere per “risolvere la crisi”. La sua risposta è semplice:
L’imprenditore, quando c’è crisi, non può permettersi di mantenere tutti i dipendenti e quindi deve licenziarne alcuni. Altrimenti rischia il fallimento dell’azienda stessa e quindi il licenziamento di tutti gli altri dipendenti.
Questa risposta mostra chiaramente uno dei problemi maggiori dell’economia italiana, cioè la scarsa considerazione che il capitale umano ha nel processo produttivo. Il lavoratore è visto come un semplice costo, è messo sullo stesso piano di una stampante o di un monitor. Non solo: è un costo che può e deve essere sacrificato in caso di crisi, perché fondamentalmente “non necessario”.
Il lavoratore quindi non è visto come parte integrante dell’azienda stessa, come valore aggiunto in grado di contribuire con il proprio lavoro al miglioramento della produttività.
Non stiamo parlando dell’operaio fordista, quello impiegato nella catena di montaggio, il cui lavoro può essere oggettivamente equiparato a quello di una macchina. Parliamo di lavoratori specializzati, di laureati, di tecnici, soggetti che possono determinare il successo di un’azienda. Ma in Italia siamo rimasti al “ghe pensi mi”, si crede che le fortune delle aziende le fanno gli imprenditori stessi grazie al proprio lavoro e alle proprie capacità di “direzione”. L’azienda italiana funziona bene quando esegue bene gli ordini del capo.
Peccato che la realtà sia diversa, come dimostra la disastrosa situazione della nostra economia. L’imprenditore medio mette i soldi e quindi decide, fregandosene delle sue reali capacità o competenze; intanto milioni di giovani con enormi potenzialità rimangono nel precariato, mentre il resto del mondo sbrana pezzo per pezzo il nostro know-how.